Miles Davis – Bitches Brew

Columbia Studio B di New York, estate del 1969. In tre torride giornate d’agosto, un Miles Davis in stato di grazia e in vena di sperimentazioni incide i brani che entreranno a far parte di Bitches Brew, il capolavoro che rivoluzionerà il jazz. Ad aiutarlo nell’impresa artisti come Wayne Shorter al sax soprano, Bennie Maupin al clarinetto, Chick Corea al piano elettrico e tanti altri musicisti di talento assoluto, tutti al servizio della sua magica tromba. L’illuminato produttore Teo Macero si occupa del resto, con una sapiente opera di mixaggio e di editing che porterà alla prima edizione del disco rilasciata nell’aprile del 1970. Bitches Brew rappresenta un momento di evoluzione verso nuove frontiere musicali. Miles Davis abbandona i territori sicuri del cool e del modal jazz per esplorare, sensibile a tutta la musica che ascolta e ama in quel periodo, come il rock e il funk, che contaminano il disco, insieme ai ritmi e alle suggestioni dell’Africa, che si rispecchiano anche nella cover. Nasce un nuovo genere, un nuovo jazz, questa volta fusion e avant-gard. Oggi, a distanza di 40 anni, Bitches Brew celebra il suo anniversario con una lussuosa edizione da collezione, che comprende 3 cd, con 6 bonus track e una performance inedita, due dischi LP, in una riproduzione per audiofili in vinile 180 grammi e copertina gatefold, e numerosi extra.

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1 Commento

Archiviato in Culture, Music

Una risposta a “Miles Davis – Bitches Brew

  1. Unico appunto: Miles Davis disprezzava profondamente il rock, soprattutto quello degli anni ’60, a suo dire fatto da superficiali ignoranti che si appropriavano della musica nera senza capirne nulla nè averne i mezzi per capirne. Salvava il solo Hendrix, che ammirava sinceramente. Furono la sua musica, assieme a quella di Sly Stone e James Brown, a scatenare in Davis l’interesse per la strumentazione elettrica e le sue potenzialità.

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