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The King’s Speech e la voce di Re Giorgio

Quando nel settembre del 1939 la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Germania, Re Giorgio VI invitò i sudditi inglesi a fare affidamento sul loro sentimento patriottico e su tutto il loro coraggio per fare fronte con la giusta determinazione allo sforzo bellico. Lo fece con un memorabile discorso alla radio della BBC, che fu per lui la vittoria di una prima difficile battaglia, non solo perché Bertie (nomignolo di Re Giorgio prima dell’incoronazione, quando era ancora il Principe Albert) si era trovato nella difficile posizione di salire al trono in un momento in cui in Europa soffiavano venti di guerra, ma anche perché lo aveva fatto dopo l’abdicazione senza precedenti del suo popolare fratello maggiore Edoardo VIII e per via di un altro problema che lo affliggeva fin dall’infanzia, la balbuzie. I lunghi silenzi che interrompevano il discorso di quel giorno fatidico non erano pause retoriche, ma interruzioni necessarie per non inciampare nelle parole. Il film The King’s Speech, prossimamente al cinema (imdb), ci racconterà una storia dietro la storia, quella dell’amicizia tra Re Giorgio VI (Colin Firth), e l’australiano Lionel Logue (Geoffrey Rush), terapista del linguaggio, che con i suoi metodi poco ortodossi lo aiutò ad affrontare la balbuzie, anche dal punto di vista emotivo. Il film è diretto da Tom Hooper (Red Dust, Il maledetto United) ed interpretato, oltre che da Colin Firth e Geoffry Rush, da Helena Bonham Carter, nel ruolo della moglie di Re Giorgio VI. La più grande paura per Colin Firth era quella di trasformare Bertie in un personaggio patetico e Tom Hooper ha dichiarato al New York Times che nel film, per quanto sarà mostrata la sua pena, non lo sarà mai fino al punto da non poter essere gestita. La storia, che lo sceneggiatore David Seidler, anch’egli balbuziente, aveva in mente da anni, si incentrerà soprattutto sull’amicizia dei due protagonisti e sui risultati sorprendenti della terapia non convenzionale del dottor Logue, che riuscì ad aiutare un monarca a capo di un immenso Impero a superare le sue più intime insicurezze.

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La Guerra dei Mondi di Orson Welles

Domenica 30 ottobre del 1938. Alle otto di sera i milioni di americani che stanno ascoltando la stazione radio della CBS vengono sconvolti da un’improvvisa interruzione dei programmi. Un grosso meteorite è caduto nei campi di una fattoria a Grover Mills, nel New Jersey. Dallo studio si collegano con un reporter giunto tempestivamente sul luogo dell’impatto, trovandovi un enorme cilindro metallico.  “Oh mio dio! Qualcosa sta strisciando fuori dalla zona d’ombra” urla il cronista allarmato “sembra un serpente e ce n’è un altro e un altro ancora. Sono tentacoli… ora posso vedere il corpo della cosa, è grosso e viscido, brilla nell’oscurità, ma la faccia… è indescrivibile. Posso a mala pena forzarmi a guardarla, è terribile!” Nel giro di pochi minuti gli ascoltatori vengono a sapere che i Marziani sono alla guida di macchine da guerra, hanno sparato con delle armi a raggi sulla folla di curiosi, annientato migliaia di soldati della Guardia Nazionale e liberato un gas velenoso dell’aria, mentre giungeva la notizia di altri cilindri atterrati a Chicago e St. Louis. Fu abbastanza per scatenare il panico, la gente scappò dalle case lasciando la radio ancora accesa e riversandosi in massa sulle strade per fuggire agli invasori alieni. In tanti chiesero alla polizia maschere antigas per proteggersi e alle compagnie elettriche di spegnere tutte le luci, per potersi nascondere. Una donna irruppe in una chiesa di Indianapolis durante una funzione gridando “New York è stata distrutta! E’ la fine del mondo! Tornate a casa e preparatevi a morire tutti!” Solo quando la notizia del panico diffusosi nella nazione raggiunse gli studi radiofonici, Orson Welles intervenne ai microfoni ricordando a tutti che si trattava solo di finzione, una drammatizzazione per la radio della Guerra dei Mondi di H.G. Wells. In realtà la CBS lo aveva annunciato, ma fu una serie di circostanze a scatenare l’equivoco. Per conferire una buona dose realismo alla rappresentazione, Orson Welles, allora una giovane promessa della radio, usò sofisticati effetti sonori e riuscì a dosare la suspense con abilità, simulando l’interruzione di un programma musicale con gli annunci frammentari dell’invasione in atto. La maggior parte degli ascoltatori non poteva sapere che si trattava di una fiction, dal momento che in molti si erano sintonizzati sulla CBS solo dopo il seguitissimo programma del ventriloquo Edgar Bergen sulla NBC, quando in pratica la rappresentazione orchestrata da Orson Welles era già in onda. Quando tutto fu chiarito una commissione federale aprì un’inchiesta e Welles temette seriamente che la sua carriera potesse esserne pregiudicata, ma le cose andarono diversamente. La pubblicità intorno all’evento lo rese molto popolare, tanto che dopo poco tempo stipulò il contratto con gli Studios che nel 1941 gli permise di realizzare il film Quarto Potere, uno dei più grandi capolavori della storia del cinema.

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